venerdì 7 novembre 2008

Dafne

Dafne
Ninfa figlia del Dio fluviale Penèo (Tessaglia), viveva errando per boschi e valli e monti, paga di cacce e di canti. « Spesso », come narra Ovidio in uno dei più belli episodii delle sue Metamorfosi (I), « le disse il padre: — Figlia, tu mi devi un genero.
— Spesso le disse il padre: — Figlia, tu mi devi nipoti — ». Ma ella, respingendo come un delitto le faci nuziali, ottenne dal padre di rimanere fanciulla, èmula di Artèmide. E quando Èros (Amore), sdegnato contro Apollo che aveva irriso il suo potere, vibrò su lui uno degli strali d’oro dall’acuta punta splendente che generano nei cuori, degli Dei come degli uomini, l’amore (e in Dafne uno ne lanciò di quelli, ottusi e plumbei, che all’amore rendono insensibili i cuori), Apollo fu acceso da violenta passione, e inseguì la Ninfa per valli e per monti. Rapido era l’inseguitore, rapida la fuggitiva. Invano egli la pregò di ristare; invano le gridava: — Non nemico io t’inseguo! —; invano vantò la propria qualità di figlio di Zèus, di signore del canto e dell’arco, dei vaticinii e dell’arte medica.
La figlia di Penèo correva ansante
chiamando il padre suo dall’erma sponda.
Correva, e ad ora ad or le snelle gambe
le s’intricavan nella chioma bionda...
Rapido il re Apollo più l’incalza,
infiammato desìo, per lei predare...
«O padre, o padre », grida, «tu mi scampa ! ».
Chiama ella il padre suo con grida vane.
Così il D’ANNUNZIO, che, liberamente deducendo da Ovidio, nel poemetto L’Oleandro alla finzione ovidiana ne aggiunge una sua propria, imaginando che la trasmutazione di Dafne in alloro abbia generato una pianta nuova, cioè appunto l’oleandro, essendosi tutto il corpo della Ninfa mutato in alloro (le cui foglie sono simili a quelle dell’oleandro), ma essendo la rossa bocca di lei rimasta immutata: il rosso fiore dell’oleandro.

Il dolce crine è già novella fronda
intorno al viso che si trascolora.
La figlia di Penèo non è più bionda,
non è più ninfa e non è lauro ancora.
Sola è rossa la bocca gemebonda
che del novello aroma s’insapora.
Escon parole e lagrime odorate
dall’ultima doglianza. O fior d’estate,
prima rosa del lauro che s’infiora!

E così in Ovidio (come nel D’Annunzio) alla trasformazione segue il canto di Apollo, che a sé con-sacra l’albero e le sue fronde:
« Poi che mia non puoi essere, sarai
l’albero mio. Cinte di te saranno
la mia cetra, il mio arco e le mie chiome.
Tu i duci adornerai quando al trionfo
voci esultanti inneggeranno, e lunghi
cortei vedrà sfilare il Campidoglio...
E come sempre giovine è il mio capo
d’intonse chiome, anche tu sempre avrai
perpetuo l’onor delle tue fronde... ».
Così l’inno egli chiuse; e coi recenti
rami l’alloro gli annuiva, e parve
che, come capo, il vertice oscillasse.