Achille

Achille
Figlio di Peleo e di Teti; fu il più forte degli eroi greci andati ad assediare Troia. Si narra che la madre lo immergesse ancora bambino nelle acque dello Stige, che avevano la virtù di rendere invulnerabile. Senonchè Teti lo tenne sospeso per un tallone, che fu l’unica parte del suo corpo su cui potessero aver effetto i colpi nemici. Giovinetto fu affidato ai saggio centauro Chirone, che lo ammaestrò in ogni disciplina.
Il suo intervento alla guerra di Troia era considerato indispensabile dai Greci, ma Teti presaga del crudele destino del figlio, si affrettò a nasconderlo e ad avvolgerlo in vesti femminili. Le precauzioni della dea tuttavia riuscirono vane per la grande astuzia di Ulisse che seppe scoprire l’eroe e condurlo a Troia. Qui fu il più formidabile dei guerrieri; l’Iliade ò piena delle sue imprese, dalla sua ira impetuosa contro il re dei re Agamennone, alla sua astensione dalla battaglia, alla riconciliazione con l’Atride, al dolore senza fine per la morte dell’amico carissimo Patroclo, all’uccisione in duello di Ettore. Dopo tante imprese, dopo ineguagliabili prove di valore, morì sotto le mura di Troia, colpito al tallone, unica parte vulnerabile del suo corpo, da una freccia partita dall’arco di Paride.

Acheronte

Acheronte
Figlio del Sole e della Terra, fu mutate in fiume e sprofondato negli Inferi, per aver dato dell’acqua ai Titani in lotta con Giove. E’ il principale dei quattro fiumi infernali; nelle sue acque confluiscono il Cocito e il Flegetonte. Le acque dell’Acheronte (fiume degli affanni) sono amarissime, torbide, vorticose e hanno la proprietà di dissolvere ogni metallo. Era la corrente che le anime dovevano varcare sulla barca di Caronte, per giungere nelle regioni dei morti.

Acheloo

Acheloo
Fiume della Grecia che attraversa l’Etolia e l’Acarnania. il dio del fiume, figlio dell’Oceano e di Teti, era il promesso sposo di Deianira, figlia di Eneo re di Calidonia, per la quale lottò con Ercole che lo vinse nonostante le sue molteplici trasformazioni prima in uomo, poi in serpente e infine in toro. Durante la lotta un suo corno cadde sul terreno e le Ninfe Naiadi lo riempirono di fieri e di frutta. Di qui, seconde una versione del mito, ebbe origine il corno dell’abbondanza o cornucopia.

Miti greci - lettera A

Abante — Troiano, figlio di Euridamante; morì nella guerra di Troia per mano di Diomede.
Abanti — Popolazione dell’Eubea.
Abarbarea — Ninfa Naiade, ricordata da Omero come sposa di Bucolione e madre dei due gemelli Esepo e Pedaso, che morirono in combattimento davanti a Troia per mano di Eurialo.
Abido — Città della Troade sulla costa dell’Ellesponto.
Abbi — Popolo nomade che vivòva nelle regioni della Scizia. Omero lo dice il più giusto dei popoli.
Abiero Troiano ucciso in battaglia da Antiloco.
Acaba — Regione montuosa del Peloponneso settentrionale, la cui popolazione conservò, sino all’età storica, il nome omerico di Achei.
Acarnania — Regione della Grecia settentrionale sulla costa del mar Ionio, ad occidente dell’Etolia. I suoi abitanti non sono ricordati fra i popoli che parteciparono alla guerra di Troia.
Acasto — Signore di Dulichio, ricordato da Ulisse nel racconto delle sue immaginarie avventure fatte ad Eumeo.
Achei — Il nome con cui sono più frequentemente designati i. Greci in Omero.
Acheleo — Fiume della Lidia che nasce dal monte Sipilo.

(continua... )

Acamante

Acamante.
Troiano, figlio di Antenore, valoroso guerriero, che vendicò la morte del fratello Archiloco ucciso da Aiace, colpendo mortalmente Promaco. E’ ricordato pure come uno dei condottieri dardatni. Con ogni probabilità deve essere identificato con un .Acamante ucciso da Merione, mentre cercava di salire sul cocchio per sfuggire all’impeto di Patroclio.
— Figlio di Asio, seguì il padre alla guerra di Troia. E’ ricordato fra i guerrieri che, al seguito di Asio, si lanciarono cogli scudi levati contro il muraglione dei Greci e furono respinti dai due Lapiti Polipete e Leonteo.
— Figlio di Eusoro, condottiero dei Traci, alleati dei Troiani. Fu ucciso in combattimento da Aiace Telamonio. Era rinomato per la sua grande velocità.
— Figlio di Teseo e di Fedra, fratello di Demofoonte. Partecipò alla guerra di Troia e fu tra gli eroi greci che si rinchiusero nel ventre del famoso cavallo costruito da Epeo.

Dafne

Dafne
Ninfa figlia del Dio fluviale Penèo (Tessaglia), viveva errando per boschi e valli e monti, paga di cacce e di canti. « Spesso », come narra Ovidio in uno dei più belli episodii delle sue Metamorfosi (I), « le disse il padre: — Figlia, tu mi devi un genero.
— Spesso le disse il padre: — Figlia, tu mi devi nipoti — ». Ma ella, respingendo come un delitto le faci nuziali, ottenne dal padre di rimanere fanciulla, èmula di Artèmide. E quando Èros (Amore), sdegnato contro Apollo che aveva irriso il suo potere, vibrò su lui uno degli strali d’oro dall’acuta punta splendente che generano nei cuori, degli Dei come degli uomini, l’amore (e in Dafne uno ne lanciò di quelli, ottusi e plumbei, che all’amore rendono insensibili i cuori), Apollo fu acceso da violenta passione, e inseguì la Ninfa per valli e per monti. Rapido era l’inseguitore, rapida la fuggitiva. Invano egli la pregò di ristare; invano le gridava: — Non nemico io t’inseguo! —; invano vantò la propria qualità di figlio di Zèus, di signore del canto e dell’arco, dei vaticinii e dell’arte medica.
La figlia di Penèo correva ansante
chiamando il padre suo dall’erma sponda.
Correva, e ad ora ad or le snelle gambe
le s’intricavan nella chioma bionda...
Rapido il re Apollo più l’incalza,
infiammato desìo, per lei predare...
«O padre, o padre », grida, «tu mi scampa ! ».
Chiama ella il padre suo con grida vane.
Così il D’ANNUNZIO, che, liberamente deducendo da Ovidio, nel poemetto L’Oleandro alla finzione ovidiana ne aggiunge una sua propria, imaginando che la trasmutazione di Dafne in alloro abbia generato una pianta nuova, cioè appunto l’oleandro, essendosi tutto il corpo della Ninfa mutato in alloro (le cui foglie sono simili a quelle dell’oleandro), ma essendo la rossa bocca di lei rimasta immutata: il rosso fiore dell’oleandro.

Il dolce crine è già novella fronda
intorno al viso che si trascolora.
La figlia di Penèo non è più bionda,
non è più ninfa e non è lauro ancora.
Sola è rossa la bocca gemebonda
che del novello aroma s’insapora.
Escon parole e lagrime odorate
dall’ultima doglianza. O fior d’estate,
prima rosa del lauro che s’infiora!

E così in Ovidio (come nel D’Annunzio) alla trasformazione segue il canto di Apollo, che a sé con-sacra l’albero e le sue fronde:
« Poi che mia non puoi essere, sarai
l’albero mio. Cinte di te saranno
la mia cetra, il mio arco e le mie chiome.
Tu i duci adornerai quando al trionfo
voci esultanti inneggeranno, e lunghi
cortei vedrà sfilare il Campidoglio...
E come sempre giovine è il mio capo
d’intonse chiome, anche tu sempre avrai
perpetuo l’onor delle tue fronde... ».
Così l’inno egli chiuse; e coi recenti
rami l’alloro gli annuiva, e parve
che, come capo, il vertice oscillasse.

Narciso come narcosi

Il mito greco di Narciso riguarda un determinato aspetto dell’esperienza umana, come dimostra la provenienza del nome stesso dal greco narcosis, che significa torpore. Il giovane Narciso scambiò la propria immagine riflessa nell’acqua per un’altra persona e quest’estensione speculare di se stesso attutì le sue percezioni fino a fare di lui il servomeccanismo della propria immagine estesa. Narciso era intorpidito. Si era conformato all’estensione di stesso divenendo così un circuito chiuso. […] Il senso di questo mito è che gli esseri umani sono soggetti all’immediato fascino di ogni estensione di sé, riprodotta in un materiale diverso da quello stesso di cui sono fatti. Fisiologicamente sono tante le ragioni per le quali un’estensione di noi stessi determina in noi uno stato di torpore. […] Studiosi di medicina come Selye e Jonas sostengono che tutte queste estensioni sono tentativi di conservare l’equilibrio. Essi le considerano “autoamputazioni” e ritengono che il corpo ricorra al potere o alla strategia amputativa quando la sua percezione non riesce a individuare o a evitare la causa dell’irritazione. Nella tensione fisica dovuta a un sovrastimolo di qualunque tipo, il sistema nervoso centrale, al fine di proteggersi, provvede strategicamente ad amputare o isolare l’organo, il senso o la funzione molesta. Il principio dell’amputazione come sollievo immediato alle tensioni del sistema nervoso centrale si applica facilmente alle origini di tutti i media di comunicazione, dalla parola al calcolatore. Fisiologicamente la parte più importante incombe al sistema nervoso centrale. Tutto ciò che minaccia le sue funzioni deve essere asportato o isolato. La funzione del corpo è di fare da cuscinetto tra il sistema nervoso centrale e le improvvise variazioni degli stimoli dell’ambiente fisico e sociale. Con l’avvento della tecnologia elettrica l’uomo estese, creò cioè al di fuori di se stesso, un modello vivente del sistema nervoso centrale.[…] Per contemplare, utilizzare o percepire qualsiasi estensione di noi stessi in forma tecnologica è necessario riceverla. E’ l’ininterrotta ricezione della nostra tecnologia nell’uso quotidiano che, nel rapporto con queste immagini di noi stessi, ci pone nella posizione narcisistica della coscienza subliminale e del torpore. Ricevendo continuamente tecnologie ci poniamo nei loro confronti come altrettanti servomeccanismi. Sul piano fisiologico, l’uomo è perpetuamente modificato dall’uso normale della tecnologia, o del proprio corpo esteso, e trova a sua volta modi sempre nuovi per modificarla.[…] Il principio del torpore entra in gioco nella tecnologia elettrica come in qualunque altra. Dobbiamo intorpidire il nostro sistema nervoso centrale ogni volta che viene esteso altrimenti moriremmo. Una volta intorpidito strategicamente il nostro sistema nervoso centrale i compiti della consapevolezza e dell’ordine sono affidati alla vita fisica dell’uomo, il quale di conseguenza ha per la prima volta compreso che la tecnologia è un’estensione del suo corpo. Ciò non sarebbe potuto accadere prima che l’era elettrica ci fornisse lo strumento di una consapevolezza immediata e totale, attraverso la quale è stata pienamente svelata la vita subliminale (personale e sociale).

[Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare]